Moreno Marcucci
Mediatore famigliare didatta
Quando una relazione attraversa un momento difficile, molti partner pensano che la soluzione più semplice sia “lavorare su se stessi”: iniziare una terapia individuale per chiarire i propri dubbi, ritrovare la serenità o “aggiustare” i propri vissuti emotivi.
È un’idea comprensibile, e spesso animata da buone intenzioni. Tuttavia, dal punto di vista sistemico, questa scelta rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
- La crisi è del sistema, non del singolo
Una relazione di coppia – come ricorda il modello sistemico – non è la somma di due individui, ma un sistema complesso fatto di dinamiche, immagini condivise e un “assoluto di coppia” che tiene insieme il legame
Se la crisi nasce da una distorsione o da una trasformazione di questo assoluto, lavorare su un solo partner significa osservare un’unica metà del sistema, ignorando l’altra e ignorando il funzionamento della relazione stessa.
È come tentare di riparare un ingranaggio guardandone solo una ruota: si rischia di non cogliere la direzione reale della difficoltà.
- La terapia individuale genera cambiamenti… ma il partner non li vive
Ogni percorso individuale produce trasformazioni: nuove consapevolezze, nuovi modi di leggere le emozioni, nuovi bisogni.
Questi cambiamenti, però, avvengono in assenza dell’altro partner. Il risultato è che:
- l’individuo in terapia evolve,
- il partner resta fermo nel punto di partenza,
- e la distanza tra i due si amplia.
Nei tuoi appunti è descritto chiaramente: la terapia individuale può escludere il partner dai processi trasformativi, alimentando una nuova asimmetria emotiva e allontanando ancora di più la coppia dal proprio assoluto condiviso .
Paradossalmente, un intervento pensato per “salvare” la relazione può contribuire ad aggravare la crisi.
- La proiezione della sofferenza sull’altro diventa più forte
Quando si lavora individualmente su un disagio nato nella relazione, si corre il rischio di rinforzare – anche involontariamente – la tendenza a considerare il partner come origine della sofferenza.
Il terapeuta, non avendo accesso alla dinamica di coppia, può essere spinto a confermare (o non correggere) letture colpevolizzanti che nascono dalla percezione soggettiva di un solo membro della coppia.
Questo produce due effetti negativi:
- irrigidisce le posizioni,
- indebolisce ulteriormente l’immagine comune che sostiene la relazione.
- La coppia ha bisogno di uno spazio condiviso, non parallelo
La crisi di coppia è una crisi tra due persone.
Non può essere affrontata creando due percorsi paralleli: uno partner in terapia, l’altro che osserva da fuori.
È invece necessario uno spazio in cui entrambi possano:
- raccontare le proprie immagini della relazione,
- riconoscere l’incastro di coppia,
- esplorare il patto segreto alla base del legame,
- comprendere come l’assoluto si è trasformato nel tempo.
Tutto questo può avvenire solo in una consulenza di coppia, non in un setting individuale
.5. La consulenza di coppia non è un “ultimo tentativo”: è prevenzione e cura
Una delle tue osservazioni più importanti è che la consulenza di coppia dovrebbe essere considerata un’opportunità di conoscenza e prevenzione, non un rimedio estremo da attivare quando la relazione è già profondamente ferita.
Indagare l’incastro, il patto segreto e l’assoluto di coppia dovrebbe essere un gesto di cura verso la relazione e verso se stessi, anche in assenza di sintomi gravi.
La terapia individuale, invece, è più efficace quando riguarda tematiche personali che non nascono dalla relazione, oppure quando la coppia ha già attraversato insieme una fase di consultazione e non ci sono i presupposti per un lavoro di coppia.
Una coppi che entra in crisi mette in discussione i principi e i fondamenti sui quali era stato costruito il legame, quindi si può dire che la precedente relazione di coppia abbia fatto il suo tempo.
Solo uno o due incontri di consulenza possono sondare le risorse dei componenti della coppia per rilanciare un nuovo patto oppure affrontare un percorso di separazione coniugale.
Devo ricordare, da mediatore familiare didatta quale sono, che è solo il patto coniugale che viene modificato e non il legame genitoriale che continuerà ad esistere per sempre, questo à molto importante ed è uno dei fattori che complica il processo di separazione: da una parte si interrompe il patto coniugale e questo produce sofferenza sia in chi viene abbandonato che in chi si assume la responsabilità di interrompere , dall’ altro le competenze genitoriali si complicano specie per la figura del padre al quale devono essere affidati i figli per tempi lunghi fuori dal controllo della madre.
E’ necessario, quindi, che il percorso di separazione venga elaborato in un centro di psicoterapia dove trovare professionisti esperti nei percorsi di separazione famigliare e nella gestione dei conflitti affettivi cosa che non può sicuramente essere accolta nei contesti giudiziari abituati a gestire gli aspetti normativi della vita dei cittadini e non quelli affettivi.
Il nostro centro Nostos è da molti anni un centro di gestione dei conflitti della separazione e a svolto corsi di formazione per vari Ordini degli Avvocati: Ancona, Macerata, Ascoli Piceno sui temi della giustizia riparativa.




